
La grande contraddizione
La newsletter dell’agosto 2022 l’avevamo intitolata: la Grande Contraddizione e impostavamo il tema come segue:
Molte delle nostre difficoltà quotidiane derivano da una grande contraddizione nella quale siamo profondamente immersi. Da un lato stiamo vivendo l’inizio di un processo di deglobalizzazione, dall’altro siamo incalzati da problemi che richiedono una sempre più stretta integrazione e collaborazione. E facevamo anche riferimento ad un grande libro di Luigi Ferrajoli: “Una Costituzione della Terra, L’Umanità al bivio” (Feltrinelli, gennaio 2022), che affermava:
“Grazie a questa crescente integrazione, l’umanità forma già una società civile planetaria. Ma è attraversata da conflitti e confini che le impediscono di affrontare i suoi tanti problemi globali , i quali richiedono risposte politiche e istituzionali altrettanto globali che certamente non possono essere date dai singoli Stati nazionali. E’ quindi inverosimile, in mancanza di limiti e vincoli costituzionali, che quasi 8 miliardi di persone, 196 Stati sovrani, 10 dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile, possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità, alle guerre endemiche senza vincitori, alla crescita delle disuguaglianze e della povertà e, insieme, dei razzismi, dei fondamentalismi, dei terrorismi, dei totalitarismi e della criminalità”.
Il libro di Ferrajoli indica anche la via stretta e difficile per tentare di uscire dalla Grande Contraddizione. Ma nonostante la grande evidenza della stessa ed il moltiplicarsi di voci responsabili che, da tante parti del mondo, si levano nello stesso senso la frantumazione del mondo non solo prosegue ma accelera e diventa, giorno dopo giorno, sempre più minacciosa. Il fatto è che la Grande Contraddizione si incrocia e viene alimentata anche dai grandi tradimenti. Vogliamo riflettere su alcuni grandi tradimenti, quelli più vicini alle nostre esperienze.
Il grande tradimento dell’Europa
Non vi è dubbio che il tradimento maggiore, al limite sorprendente e il più pericoloso, è quello dell’Europa. L’Europa esce dalla tragedia della seconda guerra mondiale, dal nazismo, dal fascismo, dall’inferno della Shoa, con la missione storica di essere la bandiera della pace, della civilizzazione, della collaborazione tra i popoli. E ciò, pur tra tante difficoltà, è stata la sua direttiva di fondo e la sua testimonianza nel corso degli ultimi 70 anni. Una direttiva e una direzione di marcia che si è andata disperdendo negli anni più recenti. E ciò mentre le vicende della storia (come la caduta di leadership e il crescente indebolimento degli Stati Uniti, l’indebolimento di molte strutture della comunità internazionale come l’ONU, l’emergere di nuovi grandi soggetti politici ed economici (come la nuova Russia, la Cina, l’India), il confronto sempre più duro con parti del mondo musulmano, l’incapacità di tanta parte del Sud America di trovare una propria via di uscita stabile dai suoi mali tradizionali) chiamavano l’Europa ad un ruolo più importante di sempre, di testimonianza, di impegno e guida intellettuale e morale, di pacificazione e di collaborazione tra popoli e paesi diversi. E’ nella sua incapacità di rispondere positivamente a questa grande chiamata della storia, nel suo immobilismo, nel suo asservimento al partito dei guerrafondai, il grande tradimento dell’Europa. Cercherò di spiegarmi meglio citando alcuni passaggi del bellissimo e commovente libro “Oltre il male” (Editori Laterza, novembre 2024) che contiene una profonda e toccante conversazione tra Edith Bruck (nata nel 1931 ha scoperto il male ad Auschwitz a 13 anni) e Andrea Riccardi (nato nel 1950 storico e impegnato a lavorare per preservare la pace e la collaborazione in tanti luoghi in cui fosse necessario):
Riccardi: “La pace è oggi scomparsa dall’orizzonte del futuro. Alla generazione che è uscita dalla Seconda guerra mondiale era molto chiaro cosa fosse la pace. La pace era il contrario di quello che avevano vissuto, il contrario della guerra, di Auschwitz, dei bombardamenti. Tanti testimoni hanno raccontato il giorno della liberazione di Roma nel giugno ’44 – io ho studiato molto quel periodo e parlato con tanti testimoni - , e il racconto è di una gioia incontenibile per le strade della città. Era la gioia della pace. Per anni noi abbiamo continuato a credere che la pace fosse quella segnata dal rifiuto della Seconda guerra mondiale, una pace da conservare e incrementare. E infatti nella Costituzione si legge, all’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie”. Quel ripudio nasceva proprio dall’esperienza terribile della guerra mondiale. Oggi invece mi sembra che non ripudiamo più la guerra. Di più: mi sembra che abbiamo accettato la guerra come un fatto inevitabile…. Il punto è: oggi la comunità internazionale ha la forza di immaginare e realizzare la pace? Assistiamo all’assenza dell’ONU , alla fragilità degli Stati Uniti, all’immobilismo dell’Europa.”
Bruck: “In questa incapacità che tu denunci a me sembra di vedere che la storia sia tornata indietro, sia retrocessa totalmente e siamo retrocessi noi: l’umanità intera è retrocessa invece di andare avanti. La nostalgia degli imperi? La nostalgia delle frontiere? Dei confini? Nuove guerre? Nuove ondate di profughi? E’ incredibile! Guarda cosa sta succedendo in Europa, la tanto decantata Unione Europea dei 27 paesi membri in cui però ognuno si preoccupa per sé. Non vedo una politica unita dell’Europa non c’è.”
Il grande tradimento dell’Europa è di avere ammainato la bandiera della pace, la testimonianza della pace, la filosofia della pace. Dico questo pur nella convinzione che, per come sono andate le cose, l’Europa doveva sostenere l’Ucraina anche con la fornitura di armi per fronteggiare l’invasione russa. Ma al contempo doveva, con forza e determinazione, pretendere e, starei per dire, “minacciare” prima la tregua e poi la pace sulla base di un onorevole compromesso. Ciò era assolutamente possibile, come ha confermato il Foreign Affairs che dice che, tra marzo e aprile 2022 Russia e Ucraina erano vicine ad un accordo, ma questo sarebbe saltato per via delle pressioni di Boris Johnson, allora primo ministro britannico, su Zelensky presidente ucraino. E Boris Johnson operava in sintonia con il partito della guerra americano che alimentava il folle disegno di battere la Russia di Putin attraverso la piccola e fragile Ucraina armata e sostenuta da USA, Inghilterra, Europa. Nell’essersi asservita supinamente a questo folle disegno è il grande tradimento dell’Europa. Ciò viene analizzato a fondo e documentato, con il rigore dello storico e del sociologo indipendente, nell’assai importante libro di Emmanuel Todd, storico e sociologo francese: “La sconfitta dell’occidente (Fazi Editore, settembre 2004, oltre ottantamila copie vendute in Francia). Sono d’accordo con Pino Arlecchi che definisce questo libro “la più lucida, spietata e documentata analisi della crisi euroamericana degli ultimi anni, Un obbligo di lettura per tutti”.
Non posso soffermarmi su questo importante libro che mette a fuoco le debolezze dell’Occidente (qualunque cosa questa obsoleta parola significhi) e soprattutto dell’oligarchia finanziaria statunitense, ma mi limiterò a citare alcuni passaggi su quello che Todd chiama: “Il suicidio assistito dell’Europa”:
“L’Europa si trova impegnata in una guerra profondamente contraria ai suoi interessi e autodistruttiva, e questo nonostante i suoi promotori ci abbiano venduto, per almeno trent’anni, l’idea di un’Unione sempre più profonda che, grazie all’euro, sarebbe diventata una potenza autonoma, nonché un contrappeso ai giganti rappresentati da Cina e Stati Uniti. L’Unione Europea è scomparsa appresso alla NATO, oggi più che mai asservita agli Stati Uniti. Come ho già detto, l’asse Berlino Parigi è stato soppiantato da quello Londra-Varsavia-Kiev guidato da Washington e rafforzato dai paesi scandinavi e baltici, divenuti ormai dei satelliti diretti della Casa Bianca e del Pentagono… Sono trascorsi ormai alcuni mesi e il mistero di un’Europa occidentale che, pur non essendo il principale fornitore di armi dell’Ucraina, sta comunque sopportando il peso economico maggiore della guerra, si fa sempre più fitto. Dopo il fallimento della controffensiva ucraina lanciata il 4 giugno 2023, con armamenti insufficienti e senza una copertura aerea – dovuta alle carenze occidentali - , sappiamo ormai che la Russia non verrà sconfitta. Perché allora accanirsi in una guerra infinita? L’ostinazione dei leader europei sta diventando un fenomeno intrigante. Gli obiettivi ufficiali del conflitto si basano su una visione aberrante della realtà. Rifiutando la modalità “emotiva” che imperversa nei media allo scopo di accecare alcuni dei nostri dirigenti, come pure i nostri popoli, mi preme risolvere un problema storico: per quale motivo, in assenza di qualsiasi minaccia militare, gli europei, e in particolare il gruppo dei sei paesi originari, si sono impegnati in un conflitto così contrario ai loro interessi e il cui intento ufficiale è moralmente dubbio? … per convincersi che la minaccia russa è pura fantasia, basta notare che Doneck, la principale città del Donbass, dista 100 chilometri dal confine russo, 1000 chilometri da Mosca, 2000 chilometri da Berlino, 3000 chilometri da Parigi, 3200 chilometri da Londra e 8400 chilometri da Washington. La Russia sta dunque combattendo lungo i propri confini, Una lettura senza pregiudizi della carta geografica conferma che, come assicurano i suoi leader, sta conducendo una guerra difensiva contro un mondo occidentale offensivo. L’obiettivo ufficiale dell’Ucraina, e quindi di coloro che la sostengono, è quello di ricondurre dei territori popolati dai russi, in Crimea e nel Donbass, sotto l’autorità del governo di Kiev. Perché l’Europa, il continente della pace, si è fatta coinvolgere a livello tecnico in quella che gli storici del futuro giudicheranno una guerra di aggressione? Un’aggressione, a dire il vero, molto singolare: non stiamo inviando un esercito, ma semplicemente fornendo denaro e attrezzature, sacrificando la popolazione ucraina, militare e civile. Nel capitolo precedente ho descritto lo stato zero della religione. In questo caso viene in mente l’ipotesi della moralità zero, generata in Europa occidentale
dall’estinzione delle credenze collettive zombi… Tuttavia, malgrado queste assurdità e inverosimiglianze, l’Europa non è sprofondata nella guerra per caso, per stupidità o per un incidente. Qualcosa l’ ha spinta a farlo e non è tutta colpa degli Stati Uniti. Quel qualcosa è la sua stessa implosione. Il progetto europeo è morto. Un senso di vuoto sociologico e storico si è impadronito delle nostre élite e delle nostre classi medie”.
Ma devo anche ricordare con approvazione la dichiarazione di alcuni membri italiani del parlamento europeo sulla Risoluzione sull’Ucraina votata dal Parlamento europeo il 28 novembre 2024: “La Risoluzione sull’Ucraina votata il 28 novembre dal Parlamento europeo è una dichiarazione di guerra che ci precipita nella catastrofe. Siamo sempre più in pericolo. Armare e ancora armare l’Ucraina per perseguire una vittoria impossibile attraverso la sconfitta e l’umiliazione della Russia. E’ questa la folle sfida rilanciata, dopo tre anni di ferro e fuoco che sono costati l’inutile sacrificio di centinaia di migliaia di giovani ucraini mandati al massacro, e di impoverimento verticale dei cittadini europei”…. “Le istituzioni europee hanno tradito la ragione d’essere dell’Europa, quella di assicurare un futuro di pace ai suoi popoli nella condivisione di un medesimo destino. I rappresentanti che siedono in Parlamento hanno deciso di prometterci distruzione e morte, votando a favore della Risoluzione. Politici senza vergogna che rivendicano fieramente, petto in fuori, la loro scelta.”
Il grande tradimento del management
Il secondo grande tradimento è quello del management dei grandi gruppi economici la classe dei CEO, che è diventata sempre più potente e irresponsabile. Il riferimento è di carattere internazionale, con particolare riferimento agli USA dove questa malattia, a partire dagli anni ’80 del Novecento, è diventata via via più grave. Con il termine management mi riferisco sia ai manager professionali che agli azionisti di riferimento che ai consigli di amministrazione. Negli ultimi decenni ha preso corpo un paectum sceleris tra questi organi che ha perseguito l’obiettivo di piegare le esigenze delle imprese alle politiche di appropriazione e arricchimento degli azionisti e non più al bene dell’impresa. Questo patto non poteva funzionare senza la complicità di manager professionali e dei consigli d’amministrazione. Da qui i compensi abnormi degli uni e degli altri, per “comprare” le loro capacità . E’ una questione complessa ma qui posso citare me stesso perché sono stato uno dei primi a denunciare il pericolo di questa deriva come scrivevo nel mio libro: “America. Punto e a capo. Una lettura non conformista dei mercati mobiliari” (Libri Scheiwiller, 2002). A pag. 13 del citato libro scrivevo:
“La nuova “aristocrazia industriale”
Negli ultimi vent’anni si è creato uno squilibrio politico e sociale a favore del top management delle grandi società che ha permesso allo stesso di appropriarsi di corrispettivi che non hanno più alcuna relazione di alcun tipo con le prestazioni fornite, con i risultati raggiunti, con il loro tipo di attività, con l’andamento reale delle aziende. Questi valori non rappresentano più un corrispettivo per dei servizi professionali, ma un’appropriazione basata su una incontrollata posizione di potere. Come i nobili delle antiche aristocrazie, essi si appropriano di quello che reputano di potere e di dovere prendere, una volta assicurata ai cittadini una discreta sopravvivenza. E’ stato osservato che ciò non è vero per tutti, e ognuno è in grado di portare qualche esempio che proverebbe il contrario. Ma qui il discorso non è sui casi singoli, ma su una tendenza dominante e che tocca cifre importanti, come dirò. In una relazione del 1998 (ora in Sviluppo e Spirito d’Impresa, Edizioni Il Veltro, 2001) affermavo: “nel frattempo nella grande impresa è avvenuta, negli ultimi venti anni, una nuova grande rivoluzione. Spariti i “robber barons”, spariti i “tycoons”, spariti i grandi imprenditori alla Ford, spariti i grandi manager alla Watson, se non per pochi casi che fanno più folklore che sistema, il potere di questo settore determinante della vita economica è stato, lentamente ma tenacemente, scalato da una nuova classe, fatta per lo più di volti anonimi, che si è autopromossa a nuova aristocrazia, che con le antiche aristocrazie ha delle analogie ma anche molte differenze. L’elemento comune principale è che essa preleva un “surplus” che non ha più alcuna relazione con i servizi resi, ma che deriva solo da una posizione di potere occupato. I compensi e le forme partecipative prelevati dal “big management” del “big business” sono diventati di natura e proporzione tali da non potere più, in nessun modo, essere ricondotti ad un corrispettivo per un qualsiasi lavoro professionale direttivo. Essi sono un prelievo e non più un corrispettivo. E la loro legittimazione è basata su una posizione di potere raggiunta, posizione di potere sottoposta a ben pochi controlli o bilanciamenti, dopo che la proprietà alla quale competeva principalmente tale funzione si è dispersa ed è praticamente sparita. Una delle differenze principali con le vecchie aristocrazie è che queste avevano la funzione di dirigere e proteggere la loro popolazione, mentre l’aristocrazia industriale non ha nessuna pretesa di questo tipo: essa vuol solo servirsi della popolazione di appartenenza, non dirigerla. Un’altra differenza è che essa non assicura ai suoi membri una solida stabilità. Saldamente insediata come classe, la nuova aristocrazia industriale è sottoposta, nei suoi singoli membri, a rapide mutazioni: il mercato e la competizione non permettono il prolungarsi a lungo di posizioni parassitarie od anche solo protette (ciò avvenne, ad esempio, invece, a lungo, dopo il 1960, nell’ambito delle partecipazioni statali italiane che erano riuscite a ritagliarsi una posizione sostanzialmente protetta anche dal mercato, grazie ad un “pactum sceleris” con la classe politica sovvenzionata dalle “aristocrazie” manageriali delle partecipazioni statali). Quello qui discusso è uno sviluppo che Tocqueville (nel capitolo XX del suo La democrazia in America – 1835 – intitolato appunto: “Come l’aristocrazia può nascere dall’industria”), dopo aver analizzato in base a quali condizioni e attraverso quali meccanismi può nascere una nuova aristocrazia della classe manageriale, prevedeva con queste parole: ”Perciò, mano a mano che la massa della nazione si volge alla democrazie, la classe particolare che si occupa dell’industria diviene più aristocratica… Io penso che nel suo complesso l’aristocrazia industriale, che vediamo sorgere sotto i nostri occhi, sia una delle più dure che mai siano apparse sulla terra, ma al tempo stesso una delle più ristrette e meno pericolose. Tuttavia proprio verso questa parte gli amici della democrazia devono continuamente rivolgere lo sguardo e diffidare poiché, se la diseguaglianza permanente delle condizioni e l’aristocrazia dovessero penetrare di nuovo nel mondo, si può prevedere che penetreranno da questa porta”.
Per quanto ne so questa tesi, per quanto basata su fatti di plateale evidenza, non è stata sino ad ora oggetto di attenzione in USA. Ma anche qui incominciano i primi segnali. Tre studiosi dell’Harvard Law School ed uno della Università di Berkeley in California hanno in corso di pubblicazione sul prossimo numero della Chicago Law Review uno studio dal titolo “Managerial Power and Rent Extraction”. Dalla recensione di questo studio pubblicata sul The Economist del 13 luglio dal sottotitolo “The pay of chief executives can seem ridiculous. Often it is”, sembra che dallo stesso emerga la tesi che la teoria contrattuale non spiega più i contenuti reali dei compensi dei top manager. Questi possono essere spiegati solo da una teoria del potere manageriale, l’unica che può spiegare come e perché molti “top executive”, (e non i pochi che abusano del loro potere) realizzano dalla loro posizione potenti rendite (guadagni in eccesso rispetto a ciò che l’efficienza dei mercati ed il massimo valore degli azionisti determinerebbero). Qui incominciamo ad addentrarci nel cuore dei problemi veri, nell’indecente abuso delle stock option e nella conseguente spinta a realizzare concentrazioni ed acquisizioni prive di ogni contenuto industriale e produttivo ma solo finalizzate a gonfiare il valore dei titoli e, poi, nelle manipolazioni di bilancio.”
Qui lo scontro con i CEO diventa scontro sociale. Ma in realtà non è stato uno scontro severo perché i CEO hanno rapidamente stravinto. Non mancarono allora voci, anche autorevoli che presero posizione sul problema (vedi pag. 14-16 del mio citato libro). Tra queste voci il più profondo fu Kevin Phillips nel suo libro dal titolo “ Wealth and democracy. How great fortunes and Government created America’s Aristocracy”.
I CEO, dunque, come casta o come aristocrazia. Finalmente siamo arrivati a toccare il cuore del problema. La profezia di Tocqueville si è dimostrata ancora una volta corretta. Ma proprio per questo, realizzare una svolta significativa verso un diverso e migliore sistema non sarà per nulla facile. Il compito non è sostanzialmente molto diverso di quello che ha dovuto affrontare Putin nel tentare di mettere la museruola agli ex comunisti che si sono trasformati in magnati industriali e oligarchi finanziari e hanno preso tutto per sé il potere economico in Russia. La differenza è che Putin, come autocrate, ha potuto agire, mentre il Governo e il Parlamento USA sono stati impediti da ogni misura correttiva per il peso abnorme che gli oligarchi americani esercitano su di loro.
In Italia il problema è stato ed è meno vistoso ma il crollo di tutti i maggiori gruppi privati ha molto a che fare con questa problematica, aggravata dalla vocazione al furto con destrezza di buona parte del grande management italiano. Il caso della vicenda FIAT e del suo massacro è il più illuminante. Si veda l’importante articolo di Fulvio Coltorti nel n. 13 2004 della rivista “Nuova Atlantide” dal titolo: “L’Italia dei “grossi imprenditori tra paure, declino ed eclissi”. Come non ricordare ancora una volta le parole con le quali Peter F. Drucker conclude il suo libro più importante e che resta in assoluto uno dei più importanti della letteratura d’impresa:
L’istruzione intellettuale non sarà sufficiente, da sola, a fornire ad un dirigente i mezzi necessari per far fronte ai compiti che lo attendono nel futuro. Il successo del dirigente di domani sarà sempre più strettamente connesso con la sua integrità morale. Infatti, con l’avvento dell’automazione l’ influenza e la portata temporale delle sue decisioni sull’azienda nel suo complesso e rischi connessi saranno talmente gravi da esigere che il dirigente anteponga il bene comune ai suoi stessi interessi. La sua influenza su coloro che lavoreranno con lui in un’’azienda sarà così decisiva che il dirigente dovrà basare la sua condotta su rigidi principi morali anziché su espedienti. Le decisioni di un dirigente avranno una portata tale sull’economia che la società stessa lo riterrà responsabile. I compiti nuovi che attendono il dirigente del futuro esigono che questi fondi ogni sua decisione su solidi principi morali e che la sua guida non sia ispirata solo dalle sue conoscenze specifiche ma anche dalla sua capacità di visione, dal suo coraggio, dal suo senso di responsabilità e dalla sua integrità morale. Indipendentemente dall’istruzione ricevuta da giovane o da adulto, in futuro, come già per il passato, né l’istruzione né l’abilità individuale costituiranno le caratteristiche decisive per un dirigente: egli dovrà possedere soprattutto l’integrità di carattere». (The Practice of Management, 1954, ed.
italiana Il potere dei dirigenti, Edizioni di Comunità, 1978)
Ripensare la responsabilità del management
Ma non è andata come predicava o forse sperava Drucker. Se è vero, come è vero, che nel mondo milioni di imprenditori e di manager fanno, con onore, il loro difficile mestiere con l’etica auspicata o solo sperata da Drucker, e che è la loro opera di guida responsabile di imprese responsabili formate da milioni di onesti lavoratori e lavoratrici a tenere in piedi la baracca, le cose, nei piani alti dei CEO e dei grandi azionisti, sono andate diversamente. Qui i CEO hanno scelto di diventare maggiordomi dei capitalisti, diventando con ciò essi stessi ricchissimi, mettendosi al servizio di una crescita ossessiva e totalmente indifferente ai
bisogni del benessere collettivo. Sono diventati lo strumento operativo del superarricchimento dell’1% della popolazione mondiale, del crescente divario tra la classe dei superricchi e le altre classi sociali sia del ceto medio che dei ceti poveri e poverissimi, e dello sfruttamento illimitato delle risorse naturali. Si sono schierati, senza se e senza ma, al servizio del capitalismo (= economia al servizio dei capitalisti), cosa che è errato continuare a confondere con l’economia di mercato e imprenditoriale (= economia sostenibile al servizio del benessere collettivo). E’ questa una distinzione ben chiara nel paragrafo 42 dell’Enciclica Centesimus Annus e che deve diventare fondamentale in ogni sana analisi economica e sociologica.
Siamo di fronte ad un bivio intellettuale e morale di fronte al quale il management deve ripensare il suo ruolo e la sua responsabilità e fare delle scelte di fondo. A queste scelte ci può aiutare un importante libro di uno studioso giapponese Saitõ Kõhei, professore di filosofia all’Università di Tokyo, del 2020 (edizione italiana del 2024 di Guido Einaudi
Editore con il titolo “Il capitale nell’Antropocene”) . Kõhei ha fatto un lavoro di ricerca prezioso ricostruendo il pensiero della fase finale della vita del filosofo Marx nel corso della quale Marx ha dedicato molta ricerca e molto pensiero al tema dello sviluppo sostenibile. Con l’aiuto di questo Marx, per lo più sconosciuto, Kõhei analizza i temi cruciali del nostro tempo. Si tratta di temi complessi e che richiamo qui solo per raccomandare la lettura di questo libro fondamentale ma anche per richiamare l’attenzione su un tema centrale. Il problema della sostenibilità è diventato importante nel nostro tempo ma il rischio che le soluzioni proposte per affrontarlo restino superficiali e insufficienti se non modaiole, è alto. Kõhei ci richiama agli aspetti fondamentali dello sviluppo qualitativo e al servizio del benessere comune in sostituzione della crescita forsennata quantitativa al servizio fondamentalmente dei capitalisti. E’ su questo dilemma: sviluppo qualitativo e responsabile o crescita quantitativa forsennata e illimitata, che il management imprenditoriale deve prendere posizione, in modo serio e credibile. Il Marx che ci fa conoscere Kõhei sosteneva che la sostenibilità non è possibile senza l’equità per cui si deve lavorare per uno sviluppo sostenibile ed equo. E’ questa esigenza che dà scarsa credibilità alle roboanti dichiarazioni formulate recentemente da organismi dei CEO americani non seguite da alcuna azione concreta. E’ questa esigenza che, con riferimento al libro di Kõhei, fa dire a Der Spiegel: “ E’ arrivato il momento di prendere nuovamente sul serio le idee di Marx” e al New York Times: “Un modello fattibile per riorientare la società intorno al benessere collettivo anziché alla continua ricerca della ricchezza”.
Temi molto complessi e non a caso osservo, con piacere, che sugli stessi si cimentano, in misura crescente, i filosofi. Ma sono temi che anche il top management non può eludere, rifugiandosi in dimensioni puramente tecniche e produttive se non di arricchimento
personale. Ed è questo l’aspetto che a noi interessa maggiormente. Mi ha anche colpito però con piacere che si tratta di temi che stanno emergendo anche a livello più divulgativo, come illustro con due esempi.
Un PDM Talk (che fa capo a “Eventi Este”) del 6 dicembre è stato intitolato: “I manager sanno ancora lavorare?” e gli “spunti di dibattito” sono stati formulati in modo eccellente come segue:
“La logica di generare utili nel breve periodo ha indebolito le aziende, che si sono più concentrate su processi ed efficienza piuttosto che sulla generazione di valore nel lungo periodo. A fronte delle forti incertezze e del mantenimento dello status quo, i manager sono diventati abili nel tutelare le proprie posizioni e quelle dei loro fedelissimi. E questo ha impedito loro, in varie occasioni, di non comprendere la portata delle crisi nei vari mercati. Perché il management non impara a considerare i segnali anticipatori e perché non prepara modelli di business che rispondano alle nuove esigenze, piuttosto che reiterare quelli del passato?
Ancora pochi si interrogano sulla necessità del cambiamento di mindset della classe manageriale e dei modelli organizzativi aziendali che non possono più rifarsi ai sistemi gerarchici. Come costruire un gruppo che non pensi alla carriera, ma al successo dell’azienda? E come impostare un team che sia diverso intrinsecamente, ma anche diverso dal modello convenzionale del manager? La sfida, dunque, è creare una generazione di ‘eroi’ che sappiano guidare a livello micro lo sviluppo competitivo della azienda.”
Qui i temi più profondi e filosofici si intrecciano, come è giusto, con i temi specifici e pratici della buona conduzione aziendale.
Ma ancor più mi ha colpito che un settimanale chiaramente divulgativo e modaiolo come Sette del Corriere della Sera dedichi (6 dicembre) una pagina al libro di Saitõ Kõhei con una riflessione importante (anche se non totalmente convincente) di Mauro Bonizzi, professore ordinario di filosofia antica all’Università di Bologna, con il titolo: Il nodo della decrescita, e se fosse stato Marx il primo pensatore ambientalista? Ed ha ragione Slavoj Žožak, filosofo, sociologo e politologo sloveno dell’Università di Lubiana che sul libro di Kõhei scrive: “Questo libro non è rivolto solo agli ecologisti o a chi si interessa dei problemi del capitalismo globale, è indispensabile per chiunque voglia sopravvivere, cioè tutti noi”.
E’ impressionante questo convergere di voci così diverse per natura e provenienza sulla necessità di ripensare il nostro modello di sviluppo. Ed a queste potrei aggiungere il pensiero dell’impresa responsabile (Luciano Gallino: L’Impresa irresponsabile, Einaudi,
2005 e Marco Vitale: L’Impresa Responsabile, nelle antiche radici il suo futuro, ESD, 2014) e il pensiero di matrice italo giapponese Society 5.0) .
Ma ai fini costruttivi del nostro discorso il commento finale più appropriato mi sembra quello di Henry Mintzberg (insieme a Drucker uno dei miei riferimenti fondamentali) nell’intervista sul Financial Times del 16 settembre 2003 intitolata: “In search of a bilance society: “Il problema non è Enron. Enron è solo un caso di corruzione illegale. Il vero problema è la
corruzione legale. E’ la corruzione dei manager“ “(The real problem is the legal corruption. It is the executive corruption”). Ci sono troppi manager mercenari, che gestiscono le società solo per quello che loro pensano essere il beneficio degli azionisti e ad esclusione di ogni altro. Le imprese sono istituzioni sociali. Se esse non svolgono attività utili alla comunità, esse non hanno diritto di esistere (“Corporations are social institutions. If they don’t serve society, they have no business existence”). Non è vero che l’idea che le imprese devono servire primariamente ed esclusivamente i propri azionisti è diventata di generale accettazione. E’ un fenomeno anglosassone. Nonostante le pressioni esercitate su di loro i tedeschi ed i giapponesi non credono che le imprese debbano essere guidate solo e primariamente dal principio della massimizzazione del valore per gli azionisti. La Germania ha cambiato solo molto poco in questa direzione. Ed il Giappone altrettanto …. Ma le società americane sono politicamente troppo forti perché qualcuno possa esercitare sulle stesse un freno significativo … Una grande parte del management è fuori strada ( “A lot of management is off the rails. A lot of management education is off the rails”) Una gran parte della formazione manageriale è fuori strada».
Forse è troppo tardi. Ma non si sa mai.
Marco Vitale

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