Scenari di guerra - Auguri 2019

SCENARI DI GUERRA

Scenari di guerra - Auguri 2019

Intervento di Marco Vitale all'incontro degli Associati ConsidiI del 6 dicembre 2019

Mao Tse Tung diceva: la confusione sotto il cielo è massima. Quindi la situazione è buona.

Il pensiero di Mao è molto acuto. Quando la confusione è alta vuol dire che tutto è in movimento e che, quindi, è anche possibile alimentare la speranza che magari, attraverso la tensione e la guerra, nasca qualcosa di nuovo, qualcosa di buono. Dal  letame nascono i fiori, cantava De Andrè.  Anche questo è vero, anche se chi sa di giardinaggio sa che un eccesso di letame brucia i fiori. Fuor di metafora, come disse lo scrittore calabrese Corrado Alvaro (1895-1956): “La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio  che vivere onestamente sia inutile”. Noi siamo prossimi a questo stadio. Dunque, non dobbiamo temere il caos ma la disperazione dell’immobilismo. Niccolò Branca in un recente bellissimo libro, intitolato: “Economia della Consapevolezza, Coscienza, interdipendenza, sostenibilità” (novembre 2019, Marcos y Marcos) scrive: “Ma, come il premio Nobel Il’ja Prigožin ci ha insegnato è l’entropia negativa ciò che governa l’universo. La realtà è un miscuglio di ordine e disordine. L’universo funziona in modo tale che dal caos nascano nuove strutture. Il caos quindi, è agente del cambiamento. Proviamo a guardarlo così, da oggi in poi. Tutto ciò che vorticandoci intorno ci ha sinora provato sgomento, sconcerto, potrebbe essere solo l’inizio di una clamorosa rinascita. Questo pensiero mi affascina e mi rende felice di vivere questa epoca storica. Poter esser parte del cambiamento, poter dare l’avvio a un progetto più grande di me”.

Dobbiamo tuttavia cercare di capire quel poco che riusciamo a capire delle forze che generano il caos, per contribuire ad indirizzarle in direzioni positive. La prima cosa che dobbiamo capire è che stiamo vivendo un’epoca caratterizzata dalla fine del secolo americano. Gli Stati Uniti stanno perdendo la loro leadership in quasi tutti i settori, escluso quello militare. Questo è, di per sé uno scenario di guerra. La transizione in atto è caratterizzata dal passaggio da un mondo guidato da una sola grande potenza ad un mondo pluralistico. Il guaio è che gli Stati Uniti non vogliono agevolare per nulla questo doloroso parto e fanno di tutto per impedirlo. E nel fare ciò continuano a perdere quel poco di leadership che a loro resta, e ciò aumenta ulteriormente il caos. Non è questione che hanno un presidente come Trump; è una questione molto più complessa, articolata, profonda e pericolosa e coinvolge milioni di Trump. Come scrisse uno studioso americano molto serio anni fa: gli Stati Uniti stanno vivendo la loro fuoriuscita dalla democrazia e il loro ingresso in una feroce plutocrazia.  Il processo del quale vi erano allora precisi segnali è ora completato. Per rendersene conto non è necessario attingere alle voci  di oppositori del sistema ma basta ed è meglio ricorrere a personaggi che sono componente organica del nucleo centrale dell’establishment di questo grande Paese.

Così facendo incontreremo Robert B. Reich (Ministro del Lavoro con il presidente Clinton, e definito dalla rivista “Time” uno dei dieci più importanti ministri americani del ventesimo secolo) che scrive:

“Utilizzando la loro ricchezza per intervenire sulla politica attraverso spregiudicate donazioni elettorali e una feroce attività di lobbying, le grandi multinazionali e la borsa di Wall Street si sono assicurate il potere per far sì che le regole economiche continuino a essere in loro favore. E’ questo il motivo della crescente disuguaglianza dei redditi che sta indebolendo la società americana”.

Poi troveremo Philip Kotler (di formazione economica presso l’Università di Chicago, allievo di Milton Friedman, di Paul Samuelson e Robert Solow, uno dei massimi guru del Marketing), che identifica i 14 difetti del capitalismo attuale americano che richiedono una profonda riforma, come segue[1]:

Il capitalismo americano attuale, secondo Kotler, sarebbe difettoso perché:

1) propone poco o nulla per risolvere il problema della povertà;

2) tende a far aumentare la disparità del reddito e l’ingiusta ripartizione delle ricchezze;

3) non garantisce un reddito dignitoso a milioni di lavoratori;

4) rischia di non poter garantire un numero sufficiente di posti di lavoro a fronte della crescente automazione;

5) non impone alle aziende di coprire appieno i costi generati dalle loro attività;

6) sfrutta l’ambiente e le risorse naturali in assenza di regolamentazioni,

7) genera cicli economici e crea instabilità nell’economia;

8) dà la priorità all’individualismo e all’interesse personale a spese della comunità e dei beni comuni;

9) incoraggia un elevato indebitamento dei consumatori e conduce a un’economia sempre più guidata dalla finanza anziché dai produttori;

10) permette a politici e aziende di collaborare per contrastare gli interessi economici della maggioranza dei cittadini;

11) favorisce la pianificazione dei profitti a breve termine rispetto alla pianificazione degli investimenti a lungo termine;

12) deve prevedere normative sulla qualità dei prodotti, la sicurezza, la veridicità dei messaggi pubblicitari, i comportamenti contrari alla concorrenza;

13) tende a concentrarsi eccessivamente sulla crescita del PIL;

14) deve inserire i valori sociali e la felicità nella visione del mercato.

Incontreremo poi il premio Nobel per l’economia, 2001, Joseph E. Stiglitz che ci spiegherebbe che: “la crisi non è stata il frutto di un volere divino, come un diluvio o un terremoto. È stata il risultato delle nostre politiche e della nostra politica”[2]

Continuando potremo soffermarci su quello che dice William J. vanden Heuvel, (diplomatico, banchiere d’affari, stretto collaboratore di Robert Kennedy quando questi era ministro della Giustizia, Deputy U.S. Permanent Representative to the United Nations) che, grazie anche ad una lunga vita ha osservato e partecipato all’evoluzione americana, sempre posizione privilegiata, sin dal tempo di Roosevelt, e che sull’America di oggi  ha parole tristissime:

Gli americani si trovano oggi a fronteggiare lo scontro di valori più fondamentale che abbia visto nella mia vita. Mentre rifletto sulle sfide, credo che le maggiori minacce alla nostra democrazia siano la guerra continua, il razzismo, la corruzione, l’abuso del denaro e l’assalto risoluto all’integrità delle nostre istituzioni democratiche. Le elezioni del 2016 hanno messo il nostro Paese nelle mani di una banda di cacciatori di fortuna che pensano che la storia sia iniziata con la loro elezione. Non hanno rispetto per le lotte degli ultimi ottanta anni che hanno reso gli Stati Uniti il più grande paese del mondo, degno del rispetto che ha guadagnato. Hanno imparato l’arte dell’insulto e della minaccia. Sono dei bulli, con il carattere e la compattezza dei bulli. Hanno umiliato persone buone e decenti. Hanno sminuito i nostri alleati e ci hanno dato un governo autoritario senza rispetto per la democrazia. Hanno alimentato i fuochi del razzismo. Hanno preteso di esercitare il patriottismo mentre insultavano un autentico eroe, il senatore John Mc Cain, il cui servizio al suo paese è leggendario – mentre il loro è inesistente. Nel 1933 sorse l’ondata di giustizia tanto attesa e la speranza e la storia trovarono espressione in Franklin Delano Roosevelt. Facciamo sì che la speranza e la storia ritornino. Cerchiamo il rinnovamento in questo grande paese. Lasciamo che gli echi delle Quattro libertà risuonino ancora. Il vento e la pioggia – il sole e le sue ombre – porteranno il messaggio. Non avremo paura. Speranza e storia saranno riconfermate. E i giorni felici ritorneranno”[3].

Dopo aver letto i pensieri di questi importanti personaggi appartenenti al cuore del capitalismo americano attuale, ci rendiamo conto dell’entità delle sfide che dobbiamo fronteggiare, e delle domande che dobbiamo porci.

Cosa vuol dire tutto ciò per la nostra attività di esperti e studiosi d’impresa? La mia generazione è nata ed è cresciuta nel grembo americano. Sono stati i nostri maestri, tutori, esempi, a tutto tondo. Abbiamo imparato se non tutto quasi tutto da loro. Tutto ciò è finito. Nel campo d’impresa non c’è più niente da imparare dagli americani. Possiamo ancora imparare dai giapponesi, dai tedeschi e persino dai cinesi, possiamo riscoprire la nostra grande scuola italiana. Ma soprattutto dobbiamo creare noi stessi i nuovi paradigmi, lanciare nuovi obiettivi e nuove speranze di incivilimento nell’attività imprenditoriale, rimettendo al centro il fattore umano, come fu nei secoli d’oro del nostro sviluppo e del nostro Rinascimento, dal 1200 al 1500.

La storia economica italiana è caratterizzata da una continua alternanza: fasi di grande creatività e positività che portano ad importanti processi di accumulazione di capitale; e fasi di declino: l’accumulazione attira, infatti, l’attenzione e l’interesse di qualche potere interno o esterno o, spesso, misto, che espropria il popolo italiano dei frutti del buon lavoro svolto.

Oggi siamo nella fase dell’esproprio che, pur tra alti e bassi congiunturali, è iniziato nel 1960. Noi proveniamo da una grande guerra industriale clamorosamente persa. Le nostre imprese private di dimensioni atte a partecipare alla competizione mondiale o sono state distrutte (come la Olivetti) o sono diventate apolidi e fuggiasche fiscali (come la Fiat) o sono diventate francesi (come la Edison) o tedesche (come la Italcementi) o cinesi (come la Pirelli) o francesi come tanti brand nella moda. Le uniche che tengono botta sono le ex partecipazioni statali (Enel – Eni – Ex Finmeccanica – Poste).

Ma come scrive Vasco Pratolini, nel finale del suo romanzo “Cronache di poveri amanti”: Gli italiani non lo sanno ma la loro forza segreta è quella di essere capaci di ricominciare sempre daccapo. Dal grande inesauribile vivaio della piccola impresa, è emersa e cresciuta una nutrita pattuglia di medie imprese di grande qualità che si battono, con successo, sui mercati internazionali (come le statistiche dell’export inequivocabilmente dimostrano), le c.d.   imprese del quarto capitalismo. Ciò è positivo e confortante e può rappresentare anche un indirizzo e una meta per le imprese minori, per quel continuo ricambio che il miglior presidente della Confindustria del dopoguerra, Angelo Costa, illustrò nel suo discorso di insediamento. Costa disse: Io non cercherò mai l’unanimità dei vostri consensi, perché so che il mondo dell’industria è troppo articolato e complesso per ciò e l’unanimità è impossibile o è un imbroglio; ma sappiate che il mio impegno è quello di lavorare per un sistema che permetta alle piccole imprese di diventare medie, alle medie di diventare grandi, alle grandi di sopravvivere e alle imprese ancora non nate di nascere.

Bei tempi quelli di Angelo Costa. Oggi è tutto il contrario. Oggi la cultura dominante, al di là della retorica, è profondamente ostile alle imprese minori  e, dunque, ostile all’Italia. Basta vedere come le sovraccaricano di pesi che sono sempre più pesanti da portare; basta vedere l’entità dell’ecatombe imprenditoriale che hanno accettato se non favorito negli ultimi dieci anni; basta vedere con quanta determinazione e superficialità hanno cercato di distruggere e far sparire quel bene importantissimo che erano e, per le sopravvissute, sono le banche minori territoriali.

Mi piacerebbe illustrarvi uno scenario più sereno e promettente, ma sarebbe un imbroglio. Lo scenario che abbiamo di fronte è di guerra, anche all’interno del nostro Paese, di grandi incertezze e di enormi fatiche. A questo dobbiamo prepararci e preparare i nostri clienti.  Tanti nemici sono esterni ma tanti, forse i maggiori e certamente i più pericolosi, sono all’interno del Paese. E non sono solo i politici ma tutte le istituzioni che esercitano un potere, dalla Banca d’Italia al Consiglio di Stato, ai sindacati.

Innanzi tutto,  l’imprenditore minore che vuole sopravvivere e magari crescere, non può essere  nel nostro Paese una persona normale. Deve essere superpreparato, non bravo ma bravissimo. E non solo nel suo mestiere, in molte altre cose. Già lo scrisse nel  primo libro di economia aziendale della storia italiana che, a mio giudizio, resta anche il libro migliore, che si intitola “L’Arte della Mercatura” del mercante ragusano, Benedetto Cotrugli, nel 1458.  Analizzando le qualità che deve avere un  buon mercante (così si chiamavano allora gli imprenditori) concluse dicendo che il buon mercante è uomo d’azione ma anche di studio e deve sapere “tutto quello che può sapere uno homo” e deve “ricordarsi delle cose passate, considerare le presenti, prevedere le future”.

In secondo luogo, il piccolo imprenditore  deve conservare la sua identità e autonomia, perché è qui che si radica la sua forza, la sua creatività, la sua passione, ma deve sapere  inserire sempre di più la sua azione in reti di territorio o di filiera in modo da non essere solo ma parte di reti o distretti o federazioni. “Vae soli” dicevano i romani, E un grande proverbio siciliano dice: “uno da solo non va bene neanche in Paradiso” (Unu sulu nun è bunu  mancu’n Paradiso).E credo che su questo aspetto l’esempio giapponese sia molto illuminante.

In terzo luogo, deve impadronirsi rapidamente delle nuove tecnologie e di tutto quello che va sotto il nome di digitalizzazione. Per questo deve puntare sui giovani. L’ennesima dimostrazione di quanto arretrata sia la classe di potere la trovo nella recente dichiarazione di Alessandra  Perrazzelli, vicedirettore generale della Banca d’Italia che ha detto: (Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2019): per cogliere le nuove opportunità che le tecnologie recano con sé ”vi è ora la necessità che si avvii un nuovo ciclo di aggregazioni bancarie”. Sono incurabili. Non hanno ancora capito che le opportunità digitali sono aperte a tutti e non dipendono dalle dimensioni o dal capitale ma dalla cultura, dal cervello, dalla volontà, dalla flessibilità, dalla integrità. Le nuove tecnologie sono opportunità per i migliori, non per i più grandi. E non hanno ancora capito che la tentata distruzione delle banche di territorio, e in primo luogo delle  Popolari, è stato un atto profondamente ostile all’Italia e alla sua struttura produttiva,  un vero e proprio attentato contro la Nazione. Auspicano nuove aggregazioni bancarie, quando l’Italia è già il Paese con la massima concentrazione degli attivi bancari.

In quarto luogo è necessario  gestire con grande attenzione e competenza una cosa che, in genere, gli imprenditori minori non amano: la finanza. Siamo in una fase storica dove ad una liquidità sovrabbondante di  sistema, il credito per le piccole imprese diventa, giorno dopo giorno, sempre più difficile se non impossibile, e con le idee profondamente sbagliate che dominano in Banca d’Italia, e, ancor più, in BCE, sarà sempre peggio. Per questo la gestione della finanza e il saper usare tutti gli strumenti a disposizione è diventato essenziale.

Una volta un piccolo imprenditore di Buenos Aires mi illustrò la figura del piccolo imprenditore come la vedeva lui con questa immagine: il piccolo imprenditore  – disse – è come un calciatore che batte il calcio d’angolo e deve subito correre al centro del campo per ricevere il pallone da lui stesso calciato. È così. E per questo si tratta di uno di quei raggruppamenti sociali eroici, che tengono in piedi il Paese.

Mi dispiace di essere così negativo ma è meglio essere preparati al peggio, piuttosto che illudersi. Chi comanda in Italia è simile ai “signori” e ai papi che nel corso del 1500 invitavano gli eserciti francesi, spagnoli ed imperiali (con relativi lanzichenecchi)  a scendere a saccheggiare l’Italia.

Ma in questo scenario qual è il nostro compito principale?  Dobbiamo dedicarci prevalentemente a sostenere lo sviluppo delle medie imprese di qualità, cosiddette imprese del quarto capitalismo che sono diventate protagoniste del nostro sviluppo negli ultimi venti anni. Dobbiamo ricercare e capire insieme a loro le ragioni più profonde della sconfitta storica dell’impresa e dell’imprenditoria italiana. Probabilmente scopriremo che le cause principali non sono tecniche ma culturali, morali e comportamentali. E questa consapevolezza è fondamentale per evitare che le imprese del quarto capitalismo cadano preda dei sicofanti della consulenza, imparino a spostare la loro attenzione dalla successione nell’impresa alla continuità dell’impresa, rifuggano dal familismo con le sue micidiali degenerazioni, si rendano sempre più autonome dalle banche, cancellino dal loro vocabolario l’orrenda espressione: risorse umane, sostituendola con quella di collaboratori perché come dicevo nel 1987[4] : “Voglio aggiungere che non amo questa espressione: risorse umane. Perché è un’espressione che già evoca quasi un’estraneità dell’uomo al progetto organizzativo e di sviluppo, un suo essere oggetto. L’uomo non è una risorsa, come il petrolio e come il cotone. L’uomo è il protagonista dello sviluppo. L’uomo è lo sviluppo”.

Come ha scritto Simon Kuznets la tecnologia moderna, l’organizzazione moderna, lo sviluppo scientifico richiedono sempre di più uomini e donne partecipi, consapevoli e un’organizzazione sociale sempre più capace di mediare democraticamente i conflitti (Lo sviluppo economico moderno, conclusione e riflessione, in Lezioni Nobel di Economia 1969 – 1976, Boringhieri, Torino, 1978).

E non è forse questa la scoperta di quel grande uomo che è Gorbaciov, al quale tutti noi dovremmo essere eternamente grati, quando disse: “Siamo arrivati alla conclusione che se non attiveremo il fattore umano, se cioè non prenderemo in considerazione i diversi interessi della gente, dei collettivi di lavoro, degli organismi pubblici e dei vari gruppi sociali, se non conteremo su di loro e non li coinvolgeremo in iniziative costruttive, ci sarà impossibile realizzare i compiti che ci siamo prefissi e cambiare la situazione del Paese”.

Dunque non spaventiamoci per il caos sotto il cielo ma anzi prendiamolo come stimolo a fare, perché come disse Bertrand Russell:

“I pericoli esistono, ma non sono inevitabili;

e la speranza del futuro è per lo meno

altrettanto ragionevole come il timone”

 

[1] Philip Kotler, Confronting Capitalism, Real Solutions for a Trembled Economic System, 2015 (ed. Italiana: Ripensare il capitalismo,Hoepli Editore, 2016)
[2] Joseph E. Stieglitz: The Great Divide. Unequal Societies and what we can do about them (2015). Ed. Italiana: La grande frattura. Le disuguaglianze e i modi per sconfiggerla, Einaudi, 2016.
[3] William J. vanden Heuvel , Hope and History, A memoir of tumultuous Times, Cornell University Press, 2019.
[4] Conversazione all’Associazione  e Centro Culturale San Carlo  di Milano “Umanesimo, Economia, Società”, 27 aprile 1987.